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UN COROLLARIO DELL’EFFETTO FARFALLA: LA FUNZIONE TERAPEUTICA DELLA VERITA’
Nel 1882, alla cattedra di filosofia dell’università ceca di Praga accedeva il professor Tomas Masaryk – il cui nome divenne ben noto quando poi, alla proclamazione della repubblica cecoslovacca, egli ne divenne il primo presidente. Masaryk accettò l’incarico accademico con riluttanza, ma lo condusse magistralmente. Egli fu propugnatore di integrità intellettuale e pioniere di verità. Tanto che quando gli furono presentati i manoscritti di Königinhof, che attestavano la priorità temporale della cultura letteraria ceca rispetto a quella tedesca – si tenga presente la dimensione del problema, nella prospettiva della causa nazionalista ceca sotto l’impero asburgico – egli, sulla base di competenti analisi scientifiche, li respinse come falsi. Inutile dire che l’episodio gli procurò le ire dei suoi compatrioti, soprattutto i più estremisti. “Il nostro orgoglio, la nostra cultura non devono essere basati su una bugia”, si difendeva lui con amarezza[1].
La storia dei fatti e delle idee (a volte non) ci tramanda diversi episodi simili a questo. Esso ci porta alla domanda fondamentale sulla verità: ammesso che esista, cambia veramente qualcosa nel perseguirla e fino a che punto ne vale la pena?
Riguardo al primo punto, ci è data un’alternativa tra due posizioni rilevanti. Secondo la prima, la realtà è irrazionale, flusso caotico di forza vitale. Non esiste verità, così come essa viene comunemente concepita. O meglio, ciascuno è portatore di una verità e, in base a tali premesse, è legittimo che egli imposti la propria esistenza sulla peculiare prospettiva che possiede. Estremo difensore di queste posizioni fu certamente F. Nietzsche, sebbene se ne potrebbero rintracciare i sintomi in alcune idee kierkegaardiane – il che mostra una volta di più come concetti affini portino a conclusioni diametralmente opposte. Altrimenti, ammettiamo che la realtà sia razionale e proceda con un certo ordine. La verità esiste, e noi possiamo conoscerla.
Questa seconda posizione, tuttavia, non dimostra ancora niente per la nostra vita concreta. Essa rimane su un piano strettamente culturale, ma potrebbe tranquillamente lasciarci indifferenti. E, a ben vedere, ciò succede fin troppo spesso. Quante volte alla ricerca della verità vengono anteposti interessi economici o politici, quante volte gli stessi studiosi dimostrano un atteggiamento di imbarazzo o di altezzosità nei confronti della realtà che li circonda. Arriviamo così al secondo punto, ben più importante per la nostra vita: cosa cambia, a cercare la verità?
Un concetto molto caro all’idealismo tedesco, ma ancor prima sebbene in altri termini a Spinoza, è quello di “spirito assoluto”, che -semplificando molto grossolanamente – implica l’immancabile compresenza di spirito e materia: come ogni aspetto della realtà possiede una dimensione spirituale, un’idea, così ogni aspetto del pensiero ha ripercussioni concrete, materiali. Tutti conosciamo gli orribili abusi di cui questo concetto è stato fatto oggetto nel corso del tempo, finendo per essere strumentalizzato da totalitarismi di ogni parte. Senza volerne riproporre una riabilitazione a tutti i costi – il che, ammesso che sia possibile, richiederebbe comunque ulteriori speculazioni intellettuali – vorrei però ritenere l’idea che la realtà sia effettivamente percorsa da profondi legami, ai quali anche noi uomini integralmente partecipiamo. Quello che facciamo o che non facciamo – in base a ciò che riteniamo giusto, a ciò che pensiamo, a ciò che abbiamo conosciuto – cambia effettivamente le sorti del mondo. Ricordatevi della storia del battito d’ali che provoca un terremoto nel lato opposto del globo terrestre…
…ciò implica, dunque, che un concetto falso abbia delle ripercussioni negative – talvolta catastrofiche – nella realtà concreta, e che solo nella verità potremo autenticamente realizzare la nostra felicità. La profondità con la quale ci inoltreremo verso la verità sarà la misura della nostra libertà.
[1] A. J. May, La monarchia asburgica, Bologna, Il Mulino 1973, p. 287
di Rita Pilotti – © PrestocheÈtardi.it