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AI CONFINI DELL’ETICITÀ. UNA RIFLESSIONE SULLA FUNZIONE DELLO STATO

Penso che l’ultimo referendum sia stato un’opportunità privilegiata per misurare le idee che ciascuno di noi ha intorno allo Stato, nelle quali crede e che, dunque, intende realizzare. Ben due dei quattro quesiti riguardavano, infatti, la gestione di un bene comune – l’acqua, chiedendo al cittadino di impedire con il proprio voto l’eventualità che una percentuale maggioritaria di tale gestione finisse in mano di privati.

Tra le molte cose che sono state dette pro e contro ognuno dei quattro punti del referendum, è stato rilevato in più di un’occasione quanto l’opinione comune guardi con diffidenza al privato e alle privatizzazioni – essendo invece più incline ad accordare la propria fiducia al pubblico, seppure con le sue inefficienze. Si tratta di sospetti tutt’altro che infondati: basti pensare allo strapotere delle multinazionali, con i suoi risvolti catastrofici in termini di vite umane e di impatto ambientale, ma anche all’infiltrazione e all’avanzamento delle organizzazioni mafiose che hanno ormai esteso il loro controllo a livello mondiale. Ci sentiamo certamente più tutelati da queste immense forze economiche, trattenendole almeno dal mettere le mani su beni di prima necessità – come l’acqua, la sanità, la scuola.

D’altra parte, una domanda urgente che ci si pone è se l’idea di una gestione pubblica dei beni possa ancora funzionare, oggi, così come l’abbiamo ereditata dal secolo appena concluso. Già agli inizi dell’Ottocento, Hegel[1] riconosceva allo Stato uno statuto ontologico privilegiato – considerandolo una delle tappe imprescindibili attraverso le quali lo Spirito, di cui l’uomo è portatore, si realizza e la Realtà, che con esso coincide, si compie. In questo ruolo, lo Stato hegeliano – con il complesso corpo istituzionale che esso presuppone, perché vengano mediati i bisogni dei singoli – assume su di sé una responsabilità più ampia del semplice compito di garantire e comporre le libertà degli individui: esso è il luogo in cui ciascun singolo può essere pienamente sé stesso, nella realizzazione istituzionalizzata – dunque, per Hegel, suprema – della relazione con l’altro. Si intende – è opportuno precisarlo – uno Stato ideale in una Realtà ideale, che ha condotto nel corso del tempo alle più diverse concretizzazioni. Senza approfondire la storia delle istituzioni, per mancanza di competenze, mi sembra che sia un pensiero di questo tipo ad aver condotto allo stato assistenziale.

Ma possiamo ancora oggi permetterci di aspirarvi? É un fatto che l’organizzazione della vita, e con essa le esigenze dei singoli, ha assunto una struttura complessa e irreversibile – alla quale lo Stato è chiamato a provvedere. Bisogna però riflettere se esso possa effettivamente farlo, e a quali costi – in alcuni casi, infatti, la soluzione è stata quella di invertire il processo: ovvero, di ridurre i bisogni dei singoli alle possibilità effettive dello Stato fino a negare l’effettiva realizzazione personale e libera degli individui, come è successo nei totalitarismi e negli autoritarismi di sorta. Bisogna inoltre osservare che lo Stato – nel momento in cui lascia la sua posizione superpartes e si costituisce esso stesso a parte economica e sociale – diviene esso stesso un’azienda privata, propria di chi la gestisce e non più dei suoi cittadini.

Ci sarebbe allora da pensare a quale Stato oggi assumere per continuare a interessarsi dei bisogni degli individui in modo efficiente. Uno Stato onesto – ad esempio, considerando l’eventualità di una forma regolata e mista tra pubblico e privato – che possa concretamente custodire la libertà e coltivare le possibilità di una vita buona.



[1] Mi riferisco al Sistema dell’eticità, elaborato a Jena con molta probabilità tra la fine del 1802 e l’inizio del 1803.

 

di Rita Pilotti – © PrestocheÈtardi.it

 

                


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